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Il castagno nell’Italia medievale (Rivista di Storia dell’Agricoltura XXXIII/2012 – Link)

Il castagno nell’Italia medievale (Rivista di Storia dell’Agricoltura XXXIII/2012)
di Alfio Cortonesi

Il castagno costituisce una presenza familiare in quasi tutta la montagna italiana. Pianta caratterizzata da una distribuzione circummediterranea, è dato ritrovarlo nei nostri territori dall’arco prealpino alla dorsale appenninica (con particolare sviluppo nel tratto ligure- tosco-emiliano e campano-calabrese di gravitazione tirrenica), a talune, più elevate zone della Sardegna e della Sicilia (in special modo l’area etnea). Ha il suo habitat ottimale entro il limite altitudinale superiore dei 1.000 metri (ma al Sud può spingersi ben oltre) e quello inferiore dei 300-400 metri; «è specie termofila che tollera un moderato freddo invernale» e richiede una certa umidità; quanto al suolo, «predilige terreni freschi, profondi, decalcificati, o silicei», mostrando gradimento anche per quelli vulcanici e per le terre rosse di disfacimento calcareo1. L’abbandono e il conseguente inselvatichimento di molti castagneti, i danni inferti dal “mal dell’inchiostro” e dal “cancro della corteccia” hanno determinato negli ultimi decenni un pronunciato arretramento del castagneto da frutto; basti pensare che, se alla metà degli anni ottanta la produzione di castagne si attestava fra i 700.000 e gli 800.000 quintali, alla fine del secolo scorso e ancora alla metà del Novecento poteva superare rispettivamente i 4.200.000 e i 3.300.000 quintali...

 

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