Frequentemente, televisione e social parlano dell’aumento globale del riscaldamento, dello scioglimento dei ghiacciai polari o della deforestazione amazzonica. Addirittura il papa si è occupato di questi pericoli. L’ecologia è sempre più all’attenzione di tutti, ma il degrado ambientale non si arresta. Eppure, i temi fondamentali da considerare sono, complessivamente, chiari: ambiente ed energia, ambiente e salute, ambiente e lavoro, ambiente e agricoltura, ambiente e politica. L’ecologia, la scienza che studia appunto le relazioni esistenti tra l’uomo e il suo ambiente, interessa. Attenzione però, si è detto da più parti; se da un lato ciò può servire a gestire meglio il nostro territorio, dall’altro può finire per diventare un alibi. Il pericolo sono i falsi ecologisti; basta il ricordo della pubblicità di una ditta produttrice d’armi che definiva i cacciatori dei veri ecologisti.
Bisogna affermare il concetto che l’ambiente appartiene a tutti e non è “cosa d nessuno”, secondo una vecchia concezione giuridica. Certo, qualche motivo d’ottimismo c’è. Nel 1924 esisteva una sola cattedra di ecologia a Perugia; da allora sono sorti diversi centri di ricerca ambientale e si è anche estesa, trasportata sui binari dei mass media, la “coscienza ecologica” delle persone. Istituiamo un organismo che coordini le competenze regionali e locali; un organismo che esprima dei pareri vincolanti su basi scientifiche. Fino ad oggi, invece, il problema è stato visto in termini strettamente economici. Ma la logica puramente economica non serve ad affrontare il problema ambientale. Non è vero che i rifiuti possiedano un “valore zero” e debbano essere smaltiti inquinando e pagando i costi dell’inquinamento. La cultura industriale deve tenere presente che anche i rifiuti sono merci, quindi vanno riciclati e rimessi nel circuito produttivo. È una logica faticosa, su piano economico, ma è l’unica via di salvezza per le persone e per la stessa cultura industriale, che altrimenti finirebbe per diventare “incultura”.
Enti di ricerca, come l’ENEA, sostengono che, se le cose non cambieranno, la Terra potrebbe trasformarsi in una immensa trappola. Attualmente, una gran parte delle coste italiana non è più idonea alla balneazione. L’Appennino è minacciato da diversi rischi, da quelli sismici a quelli idrogeologici. Ghiacciai alpini si vanno sciogliendo. Aree metropolitane e coste sono incredibilmente congestionate da insediamenti ogni tipo, mentre esplode in tutta la sua drammaticità il problema degli scarichi industriali e dei rifiuti tossici che inquinano le acque sotterranee, raggiungendo fiumi e mari. Emerge la necessità di costituire un organismo nazionale capace di svolgere una complessiva azione di coordinamento attraverso il ministero per l’ecologia, o tramite la presidenza del Consiglio, per evitare che gli interessi locali prevalgano su quelli generali. Per far ciò, occorre soprattutto mettere in comunicazione le diverse conoscenze che la ricerca ha acquisito negli ultimi anni. È un problema politico, perché la diffusione di una certa “cultura di rapina”, nei confronti dell’ambiente, va imputata ad una erronea politica che da decenni non si preoccupa dei problemi ambientali. Le difficoltà sono enormi perché, attualmente, le competenze sul territorio sono divise tra più di una dozzina di autorità amministrative. Molte le cose da fare: prima di tutto una nuova relazione sullo stato dell’ambiente e un disegno di legge sull’impatto ambientale che superi la vecchia filosofia volta ad agire sugli effetti e non sulle cause dell’inquinamento. Purtroppo, in passato, quando qualcuno ha tentato di proporre un simile disegno di legge in commissione parlamentare, è stata sempre chiesta da più parti una pausa di riflessione, per bloccare il percorso. È una situazione politica con cui bisogna fare i conti. In particolare, va ribadito, deve essere cancellata l’idea che l’ambiente abbia il costo zero che gli viene attribuito oggi. I ricavi di questa nuova politica ambientale non dovranno essere di tipo speculativo, ma servire a creare nuovi posti di lavoro.
